Bagaglio per un viaggio immaginario (e immaginato)

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Fare le valigie, partire.

Se vivendo, di fatto, si viaggia attraverso il tempo più ancora che attraverso lo spazio, ogni luogo è un punto su una linea, ogni punto una tappa.

Un giro di boa.

Ci muoviamo, e con noi anche il bagaglio della nostra esistenza.

Valigie sbagliate: troppo piene, o troppo vuote. Quasi mai quella giusta, manca sempre qualcosa. Oppure c’è sempre qualcosa di troppo che non la fa chiudere bene.

E ci ritroviamo a portarci dietro scatole vuote, o a lasciarci frenare da sacchi stracolmi; a seminare, come briciole, oggetti vittime del caso lungo tutto il nostro percorso.

D’altronde anche il bagaglio più ponderato, anche quello più equilibrato e pratico non assicura la buona riuscita del viaggio.

Il bagaglio migliore può rivelarsi, alla fine, il più improbabile.

Questa notte mi ha aperto gli occhi

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Non so se avete mai provato questa sensazione, quando viaggiate in auto – e non è necessario che si tratti di una vettura particolarmente confortevole: un senso di sonnolenza che vi toglie qualsiasi ansia di arrivare e vi fa sentire piacevolmente a vostro agio, come se da lì non doveste più alzarvi.
Suppongo che sia questo vivere nel presente.
Non è che me la cavassi molto bene a vivere nel presente, in quei giorni; mi riusciva soltanto in macchina o in treno.

Questa notte mi ha aperto gli occhi
Jonathan Coe

Nessun posto

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Sarajevo - July 2013

Sarajevo – July 2013

“Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.”

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi.

Come sarà accaduto a molti di recente, la settimana scorsa anche a me è toccata una “nomination” in un post di Facebook, dove mi invitavano a pubblicare una citazione del mio libro preferito.

Non so voi, ma io non mi sono mai trovata a mio agio con questo tipo di domande…richiedono una risposta troppo drastica, credo. Come si può stabilire che un libro (o un film, una canzone, qualsiasi cosa) sia il preferito, il “prescelto” fra tutti in assoluto?

In quel momento però le parole di Tabucchi mi sembravano la scelta più sensata: quanto dicono di noi i luoghi in cui, per caso o per esplicita scelta, ci troviamo a passare? E quanto di loro incide e indirizza il nostro percorso?

Mi sono ritrovata a riflettere, scorrendo mentalmente i viaggi che ho fatto, e mi sono resa conto che tutti i luoghi che mi sono rimasti dentro portano con se, nel loro ricordo, la traccia di un sentimento di riconoscimento, come se mi ci fossi specchiata e avessi riconosciuto me stessa – una parte delle tante, almeno.

Potrà capire solo chi di voi ha provato almeno una volta, arrivando in una nuova città, la sensazione sottile ma reale che fosse lì ad attenderci, come una scenografia appositamente predisposta a prendere vita con il nostro ingresso in scena.

Credo che solo posti come questi, rientranti in questa categoria, diciamo “emotiva”, possano essere considerati luoghi ; il resto sono solo corridoi di aeroporti, tratti bui di autostrada e anonimi pianerottoli di condomini illuminati con luci al neon: non-luoghi.

Non vi resta nulla di noi quando arriviamo al gate, quando usciamo dal casello, o quando rientriamo in casa;

E non resta nulla di loro in noi.

Non sono nessun posto.