Nessun posto

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Sarajevo - July 2013

Sarajevo – July 2013

“Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.”

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi.

Come sarà accaduto a molti di recente, la settimana scorsa anche a me è toccata una “nomination” in un post di Facebook, dove mi invitavano a pubblicare una citazione del mio libro preferito.

Non so voi, ma io non mi sono mai trovata a mio agio con questo tipo di domande…richiedono una risposta troppo drastica, credo. Come si può stabilire che un libro (o un film, una canzone, qualsiasi cosa) sia il preferito, il “prescelto” fra tutti in assoluto?

In quel momento però le parole di Tabucchi mi sembravano la scelta più sensata: quanto dicono di noi i luoghi in cui, per caso o per esplicita scelta, ci troviamo a passare? E quanto di loro incide e indirizza il nostro percorso?

Mi sono ritrovata a riflettere, scorrendo mentalmente i viaggi che ho fatto, e mi sono resa conto che tutti i luoghi che mi sono rimasti dentro portano con se, nel loro ricordo, la traccia di un sentimento di riconoscimento, come se mi ci fossi specchiata e avessi riconosciuto me stessa – una parte delle tante, almeno.

Potrà capire solo chi di voi ha provato almeno una volta, arrivando in una nuova città, la sensazione sottile ma reale che fosse lì ad attenderci, come una scenografia appositamente predisposta a prendere vita con il nostro ingresso in scena.

Credo che solo posti come questi, rientranti in questa categoria, diciamo “emotiva”, possano essere considerati luoghi ; il resto sono solo corridoi di aeroporti, tratti bui di autostrada e anonimi pianerottoli di condomini illuminati con luci al neon: non-luoghi.

Non vi resta nulla di noi quando arriviamo al gate, quando usciamo dal casello, o quando rientriamo in casa;

E non resta nulla di loro in noi.

Non sono nessun posto.

 

 

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A million miles away

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Non avrei mai immaginato fino a che punto i rapporti interpersonali potessero essere descritti così intimamente, fino a che punto potessero essere indagati così a fondo, scavando tra le rughe di espressione di un volto (quello del magnifico Phoenix) incorniciato da primissimi piani mai invadenti, sempre discreti, illuminati in un modo così delicato e soffuso da rendere l’atmosfera di questo film comparabile solo al suono di una voce (LA voce, quella di Scarlett Johansson) che, calda e come stropicciata dal sonno, canta “We’re here a million miles away...”

Sto parlando di “Her” il film di Spike Jonze – accolto agli Oscar con troppe poche statuette, decisamente. Forse è stata solo un’impressione, forse sarà che appartengo a una generazione “cuscinetto” che ancora si ricorda com’era la vita prima che “virtuale” smettesse di essere il contrario di “reale”, ma non posso togliermi dalla testa l’impressione che il regista, più o meno inconsciamente,  abbia proiettato nei colori pastello di un mondo così straordinariamente verosimile, e per questo così alieno, tutto il senso, le paure e le ragioni di vita che muovono quella piccola parte della nostra generazione che, presa nella rete (badate, non ho usato questo termine a caso) delle nuove tecnologie, cerca di vivere e innamorarsi ancora, ma che soffre della distanza e della freddezza degli emoticons di Whatsapp che,  per quanto ve ne sia una varia scelta, non si avvicinano neanche lontanamente alle infinite possibilità espressive di un volto umano, e che ognuno dovrebbe avere il diritto.di potere esplorare e scoprire sul viso della persona amata.

Forse sto divagando, scusatemi…è che c’è così tanto da dire! Questo film porta con se così tante implicazioni, così tante letture possibili, in virtù di una ricchezza di tematiche che, a più livelli, costruiscono e rendono possibile l’esistenza di questo ritratto di una società che, a voler essere realisti, non esiste, ma che è esattamente quella che viviamo. In un modo più poetico e trasfigurato, forse. Ma indiscutibilmente vero e attuale.

Avrei voluto scrivere di più di questo film, avrei voluto scriverne meglio. Avrei voluto scrivere tutto, proprio tutto quello che mi ha fatto sentire, ma, come ho detto, c’è così tanto che non basta una persona sola a descriverlo.

Vi basti sapere che la prima cosa che ho fatto appena uscita dal cinema, un oretta fa’ circa, è stata prendere il telefono, ignorare notifiche di alcun tipo, e spegnerlo.

 

 

Nella sera

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Dalla finestra vedo un uomo sorridere, uscendo da un garage. Dev’essere appena tornato dal lavoro.
In una mano tiene un sacchetto blu e lo fa dondolare.
Si avvia sotto il portico verso Porta Sant Isaia, continua a sorridere, si ferma di fronte ad un portone illuminato ed entra.
Nella sera penso a quanto mi sorprendano e incuriosiscano le persone felici.

Breathe

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Breathe

Mai come oggi (forse solo in qualche momento subacqueo nella piscina comunale) mi sono resa conto di quanto non sia affatto scontato respirare.
Di quanto impercettibile ma decisivo sia stato il cambiamento dell’aria, così sorprendentemente…gustosa – se mi passate il termine – da un paio di settimane a questa parte.
Sarà il clima più mite, la luce che giorno dopo giorno guadagna terreno, arrivando sempre più in profondità nella mia stanza, penetrando dalla finestra…o il fatto che oggi ho incrociato una ragazza che, sorridente e solitaria, faceva le bolle di sapone camminando nel sole delle 4 sotto al porticato di Via San Felice.
Sta di fatto che respirare oggi non mi sembra solo ovvio, ma un certo piacere estetico si è aggiunto al puro bisogno fisiologico.
Quindi respiro, respiro e respiro ancora.

Imprevisti

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Ammesso ed appurato che le cose non vanno mai come previsto, ciò non mi assolve dal fatto che ho letteralmente abbandonato la scrittura di questo blog.

L’esperienza che intendevo descrivere – riportando sul web dettagli, postando fotografie, etc…-  in maniera più o meno oggettiva e puntuale, si è rivelata impossibile da trattare da un punto di vista così “scientifico”.

Il fatto che mi sia lanciata in una sorta di “ricerca antropologica”, convinta di essere invulnerabile dal lato umano, è stato un grave errore di valutazione.

La realtà è pura e semplice: ad un certo punto ci si accorge che non è più possibile limitarsi ad osservare la vita come se fosse un esperimento, prendendo qualche appunto e facendo ipotesi senza mai confutarle.

Arriva un momento in cui una certa dose si empirismo è necessaria, occorre agire, fare i conti con l’esperienza.

Perdonatemi la sfilza di cliché che vi sto sciorinando, vi assicuro che banalizzare è l’ultima delle mie intenzioni.

Vi confesso che in questi sei splendidi (e altamente rivelatori) mesi ho preferito vivere – piuttosto che descrivere;

Quindi, per coloro che si aspettavano un racconto minuto per minuto stile Twitter – beh ragazzi, mi dispiace – spero che possiate trovare comunque interessante (anche se forse un po’ confuso e frammentario) tutto ciò che da ora in poi apparirà su questo blog.

Non temete, il tema Bruxelles non si esaurisce certo qui!

Tutto ciò che è accaduto ha lasciato in me una traccia, a livelli differenti di profondità, ed ora che sono tornata nella mia Bologna, vedremo cosa nascerà da questo connubio/conflitto interiore tra le due città della mia vita.

On n’est jamais…

Quote

On n’est jamais si hereux que quand on a trouvé le moyen de se perdre.

Amélie Nothomb – Journal d’Hirondelle

Dopo due settimane insieme ad un gruppo di studenti spagnoli della buissness school in centro, sono arrivata al punto di pensare certi concetti in inglese, tanto che stavo per scrivere “I want to spend some words about…”

Anyway,  voglio dedicare qualche parola al mio passatampo preferito, la flânerie.
Vagare senza meta con fare trasognato, è un hobby quasi esclusivamente Parigino che effettivamente non sia adatta alla perfezione ad una città come Bruxelles – almeno non con la stessa facilità e naturalezza.

L’arte di perdersi necessita di stradine dal percorso labirintico, magari screziate dalla luce irregolare di un tiepido sole autunnale, che filtra tra le foglie rossastre dei castagni, oppure della penombra dei passage di fine Ottocento, dove il caos dei boulevard diventa un mormorio lontano ed ovattato, e dove, in caso di pioggia, possiamo fuggire in un altro tempo per ripararci.

Ecco, perfetto, avevo iniziato a scrivere con tutta l’intenzione di dirvi qualcosa su Bruxelles, invece, come era facile prevedere, sono caduta nell’ennesimo elogio della Ville Lumière!

Il fatto è che Bruxelles continua a sembrarmi una città estremamente complessa, e soprattutto restia a mostrare i suoi angoli più segreti a chicchessia.

Sono rari i momenti in cui si può trovare aperto uno degli infiniti spiragli che mostrano il vero volto della città, il lato nascosto, anche se posso dire con certezza quasi assoluta che ieri sera ho avuto la fortuna di trovarmi, come si suol dire, nel posto giusto al momento giusto.

Sospetto che la mia abitudine di girovagare senza meta abbia vuto un certo ruolo
nella scoperta di uno dei pochi luoghi qui in cui mi sono sentita bene accolta e, in un certo qual modo, a casa.
Non si tratta banalmente di un ristorante italiano (spero abbiate capito che i cliché mi piacciono poco) ma di un localino in piena centre ville che occupa la parte angolare a pianterreno di un palazzo di inizio secolo. Si entra da Rur du Midi, a pochi passi da Place de la Bourse e altrettanti dalla ben più nota Grand Place, ma sembra di essere lontani chilometri dal caos turistico del centro.

La frase in francese che da il nome al locale non ha nulla di convenzionale e soprattutto nessuna pretesa di internazionalità, al contrario della maggior parte dei locali di Bruxelles.
“Les gens que j’aime” scritto assemblando lettere di diversi caratteri e materiali, non poteva non attirare la mia attenzione – io che trasformerei qualsiasi ensamble di oggetti in un gigantesco collage!

La luce calda dell’interno è irresistibile per chi come me è abituata ad autunni ben
più miti, e nella strada piena di pub e discobar dalle fredde e impersonali insegne al neon, appare proprio come un isola in cui rifugiarsi, una piccola distorsione spazio temporale che invita a gettare un fugace sguardo in una realtà parallela e a prendersi una pausa dai ritmi estenuanti della propria.

L’arredamento all’interno è di un vintage autentico, accogliente e…soffice.
Accanto alla porta d’entrata un canapé e alcune vecchie poltrone, tutte spaiate, formano un angolo intimo e rilassante attorno ad un tavolino tondo.
Dietro al bancone, di legno, scuro e vissuto, c’è di tutto, dalla macchina per il caffè all’amaro più ricercato e si può ordinare a qualsiasi ora thè o cioccolata calda, i migliori rimedi contro il leggendario inverno bruxellese.
Non si tratta assolutamente di quel genere di locale in cui, dalle 10 in poi, se osi chiedere
qualcosa che figura nel menù della caffetteria o che abbia un tasso alcolico pari a 0, ti guardano come se fossi una bimba fuggita dal collegio.
Per di più i prezzi sono nella norma, ovviamente solo se non siete tipi esigenti, perchè,
in ogni caso, lo Champagne costa i suoi bei 60 euro a bottiglia. Insomma, fate voi.

L’atmosfera è accogliente e molto easy, non esiste dress code, la musica è scelta con cura tra pezzi rock, blues e jazz e crea una sorta di sottotesto alla conversazione, nella quale inevitabilmente ogni tanto qualcuno esclama “ehi, bella questa! Era un sacco che non la sentivo…”.

E’il posto ideale per perdersi, tanto più perchè senza una momentanea perdita dell’orientamento non l’avrei mai trovato!

Un po’ di felicità si trova anche lasciandosi trasportare dalle circostanze;
forse bisogna solo trovare il giusto moyen, non un modo e basta ma quello giusto, la chiave per decriptare il dedalo di strade e destini che si incrociano in questa metropoli europea.

Le cose accadono, semplicemente, ed è esattamente come dev’essere.

Esercizio per l’anima #1

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Quanto conosco me stessa?

Poco o tanto che sia non sarà mai abbastanza credo, e ne ho avuto la conferma oggi rileggendo un vecchio (ma nemmeno così tanto, alla fine) documento word senza titolo.

Il contenuto? Io.

Tutto è cominciato con un banale esercizio di scrittura creativa, che si è a poco a poco rivelato essere un prezioso e sorprendente strumento di auto-analisi: scrivi ciò che ti piace.

Sì, una lista.

Semplicemente questo.

Un consiglio? Provate, poi scordatevi di averlo fatto.

Un giorno, come è accaduto a me, vi capiterà di trovare nella vostra cartella “Documenti” un file senza nome e lo aprirete.

Ecco una prima parte di quello che io vi ho trovato, una parte di me. Le altre la seguiranno, poco per volta.

Non capita spesso di incontrare se stessi dopo tanto tempo, quindi…buona lettura, questa sono (ero?) io.

“Mi piace il rumore della pioggia quando non è troppo fine; mi piace osservare le nuvole basse muoversi impercettibilmente mentre accarezzano le cime delle colline, svelandole a poco a poco; mi piace l’odore della terra umida del sottobosco; mi piace l’odore penetrante della resina di pino dell’aula magna del Vittoria Colonna; mi piace il riflesso lucido e pieno degli oggetti nuovi di plastica; mi piace il tocco lieve e fresco della seta sulla pelle; mi piace il “pop” che fa la plastica di imballaggio quando la si preme; mi piace immergermi nella luce soffusa e antica delle cattedrali gotico-romaniche; mi piace il pulviscolo dorato sospeso in un raggio di luce, quando tutt’intorno è buio; mi piace quando le mie dita scorrono veloci e fluide sulla tastiera del PC; mi piace alzare gli occhi per caso e restare senza fiato alla vista di una falce di luna argentea…”

to be continued…