Rituali

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Scrivere non è mai facile. La volontà sola non basta quasi mai, anzi, spesso più ce n’è e più forte preme di impazienza alla base della gola.
Scrivere necessita di riti, sorta di cerimonie che siano in grado di mutare l’atmosfera nella stanza, che rendano l’aria immobile e la luce rada e dorata per il tempo sufficiente a farci sprofondare nel territorio del pensiero.
Vale per qualunque cosa si scriva, dalla poesia alla trascrizione di un sogno.
A mie spese sto scoprendo che vale anche se a dover essere scritta è una tesi di laurea.
E quindi eccomi qui a cercare di sbloccare il flusso delle parole, sforzandomi di non cercarle – dovunque diavolo si siano cacciate – ma andando in profondità, alla radice del gesto, riflettendo sulla morfologia del momento in cui la parola astratta assume concretezza di inchiostro (o di bit).
Fedele ai miei riti sto cercando la musica giusta, e non mi sorprendo nello scoprire che la playlist dedicata ai giorni di pioggia si stia rivelando la più adatta.
La sensazione di guardare attraverso un vetro imperlato – la fronte leggermente aggrottata, un leggero broncio e una tazza di tè bollente tra le mani protette per metà dalle maniche del maglione – mi appartiene così tanto che la lascerò avvolgermi, nonostante fuori il sole sia pallido, ma indiscutibilmente presente.
Settembre è sempre un mese di contraddizioni, scenario di paradossi come questo, soprattutto ora che sta sfumando in Ottobre.
E mi sembra di sbiadire anche io, quindi batterò ancora più forte sulla tastiera.
Prima però, coma da rituale, una tazza di tè.

Geometria del desiderio

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Lo stesso sesso, l’altro sesso…qualsiasi valore si assegni alle variabili, l’equazione mi sembra impossibile.
Come può il desiderio di una persona incrociare il desiderio di un’altra?
Per lunghe che siano le rette, non si incroceranno mai;
gli esseri umani sono paralleli, mai convergenti – distinti, separati, ciascuno è cinto di mura e fossato, e così via all’infinito.

Scritto sul corpo
Alan Bennet

Questa notte mi ha aperto gli occhi

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Non so se avete mai provato questa sensazione, quando viaggiate in auto – e non è necessario che si tratti di una vettura particolarmente confortevole: un senso di sonnolenza che vi toglie qualsiasi ansia di arrivare e vi fa sentire piacevolmente a vostro agio, come se da lì non doveste più alzarvi.
Suppongo che sia questo vivere nel presente.
Non è che me la cavassi molto bene a vivere nel presente, in quei giorni; mi riusciva soltanto in macchina o in treno.

Questa notte mi ha aperto gli occhi
Jonathan Coe

Ormai passato

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Ormai passato

Trocadero – Paris

Mi è tornato ora in mente un momento preciso di quest’autunno. Nonostante l’accenno di afa e la cappa nuvolosa che appesantisce la vista dalla finestra (o forse proprio a causa di questi elementi) qualcosa mi ha riportato ad un preciso istante di quel pomeriggio a Parigi quando, sola, ferma al semaforo ai piedi del Trocadero, guardavo in alto le nuvole correre veloci quasi quanto le auto che sfrecciavano sul viale, a pochi centimetri da me.
Forse in quel momento devo essermi chiesta se mi sarebbe capitato, in futuro, di ripensare proprio a quell’attimo.
E proprio oggi è quel futuro che avevo evocato allora, già presente, ormai passato.

La parte più buia

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– Guarda che io sono una professionista, –  disse Shiori con uno sguardo dolce. – Cioè… lui pensa che al di fuori degli appuntamenti fissati tutto il resto è nulla. –

– Nulla? –

– E’ per questo che è in ansia. Se lui pensasse che tu gli appartieni, la sua posizione diventerebbe più debole. Perciò almeno per il momento tu per lui sei il nulla, sei un giudizio sospeso, il bottone premuto su ‘pausa’, una riserva, un optional. –

– Sarebbe a dire… credo di capire ma… nulla, dici? E’ solo questo che sono per lui? Ma allora in quale parte della sua vita mi ha messo? –

– Nella sua parte più buia, – sorrise Shiori.

Banana Yoshimoto, “Sonno Profondo” 

Insonnia

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In notti come questa, la luce già spenta, la coinquilina che dorme, gli ultimi autobus che passano nella via – mi ritrovo seduta sul letto, le coperte scostare, incapace di infilarmici sotto e con gli occhi spalancati sulla stanza buia.
In notti come questa vorrei uscire dal portone di casa ed entrare in un film di Fellini.
Percorrere a passo lento il silenzio delle piazze e delle trasversali, già semi vuote in pieno giorno;
Perdere consistenza entrando e uscendo dalle ombre lunghe sotto i portici;
Voltare l’ angolo e attraversare il sogno di qualcuno, volteggiare nella sua luce e poi trovarsi di fronte al proprio incubo peggiore;
Fuggire verso una spiaggia;
Fermarsi, tra la terra e il mare, in cerca dell’orizzonte, gli occhi di nuovo spalancati nel buio.