Rituali

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Scrivere non è mai facile. La volontà sola non basta quasi mai, anzi, spesso più ce n’è e più forte preme di impazienza alla base della gola.
Scrivere necessita di riti, sorta di cerimonie che siano in grado di mutare l’atmosfera nella stanza, che rendano l’aria immobile e la luce rada e dorata per il tempo sufficiente a farci sprofondare nel territorio del pensiero.
Vale per qualunque cosa si scriva, dalla poesia alla trascrizione di un sogno.
A mie spese sto scoprendo che vale anche se a dover essere scritta è una tesi di laurea.
E quindi eccomi qui a cercare di sbloccare il flusso delle parole, sforzandomi di non cercarle – dovunque diavolo si siano cacciate – ma andando in profondità, alla radice del gesto, riflettendo sulla morfologia del momento in cui la parola astratta assume concretezza di inchiostro (o di bit).
Fedele ai miei riti sto cercando la musica giusta, e non mi sorprendo nello scoprire che la playlist dedicata ai giorni di pioggia si stia rivelando la più adatta.
La sensazione di guardare attraverso un vetro imperlato – la fronte leggermente aggrottata, un leggero broncio e una tazza di tè bollente tra le mani protette per metà dalle maniche del maglione – mi appartiene così tanto che la lascerò avvolgermi, nonostante fuori il sole sia pallido, ma indiscutibilmente presente.
Settembre è sempre un mese di contraddizioni, scenario di paradossi come questo, soprattutto ora che sta sfumando in Ottobre.
E mi sembra di sbiadire anche io, quindi batterò ancora più forte sulla tastiera.
Prima però, coma da rituale, una tazza di tè.

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