A million miles away

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Non avrei mai immaginato fino a che punto i rapporti interpersonali potessero essere descritti così intimamente, fino a che punto potessero essere indagati così a fondo, scavando tra le rughe di espressione di un volto (quello del magnifico Phoenix) incorniciato da primissimi piani mai invadenti, sempre discreti, illuminati in un modo così delicato e soffuso da rendere l’atmosfera di questo film comparabile solo al suono di una voce (LA voce, quella di Scarlett Johansson) che, calda e come stropicciata dal sonno, canta “We’re here a million miles away...”

Sto parlando di “Her” il film di Spike Jonze – accolto agli Oscar con troppe poche statuette, decisamente. Forse è stata solo un’impressione, forse sarà che appartengo a una generazione “cuscinetto” che ancora si ricorda com’era la vita prima che “virtuale” smettesse di essere il contrario di “reale”, ma non posso togliermi dalla testa l’impressione che il regista, più o meno inconsciamente,  abbia proiettato nei colori pastello di un mondo così straordinariamente verosimile, e per questo così alieno, tutto il senso, le paure e le ragioni di vita che muovono quella piccola parte della nostra generazione che, presa nella rete (badate, non ho usato questo termine a caso) delle nuove tecnologie, cerca di vivere e innamorarsi ancora, ma che soffre della distanza e della freddezza degli emoticons di Whatsapp che,  per quanto ve ne sia una varia scelta, non si avvicinano neanche lontanamente alle infinite possibilità espressive di un volto umano, e che ognuno dovrebbe avere il diritto.di potere esplorare e scoprire sul viso della persona amata.

Forse sto divagando, scusatemi…è che c’è così tanto da dire! Questo film porta con se così tante implicazioni, così tante letture possibili, in virtù di una ricchezza di tematiche che, a più livelli, costruiscono e rendono possibile l’esistenza di questo ritratto di una società che, a voler essere realisti, non esiste, ma che è esattamente quella che viviamo. In un modo più poetico e trasfigurato, forse. Ma indiscutibilmente vero e attuale.

Avrei voluto scrivere di più di questo film, avrei voluto scriverne meglio. Avrei voluto scrivere tutto, proprio tutto quello che mi ha fatto sentire, ma, come ho detto, c’è così tanto che non basta una persona sola a descriverlo.

Vi basti sapere che la prima cosa che ho fatto appena uscita dal cinema, un oretta fa’ circa, è stata prendere il telefono, ignorare notifiche di alcun tipo, e spegnerlo.

 

 

Nella sera

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Dalla finestra vedo un uomo sorridere, uscendo da un garage. Dev’essere appena tornato dal lavoro.
In una mano tiene un sacchetto blu e lo fa dondolare.
Si avvia sotto il portico verso Porta Sant Isaia, continua a sorridere, si ferma di fronte ad un portone illuminato ed entra.
Nella sera penso a quanto mi sorprendano e incuriosiscano le persone felici.

Breathe

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Breathe

Mai come oggi (forse solo in qualche momento subacqueo nella piscina comunale) mi sono resa conto di quanto non sia affatto scontato respirare.
Di quanto impercettibile ma decisivo sia stato il cambiamento dell’aria, così sorprendentemente…gustosa – se mi passate il termine – da un paio di settimane a questa parte.
Sarà il clima più mite, la luce che giorno dopo giorno guadagna terreno, arrivando sempre più in profondità nella mia stanza, penetrando dalla finestra…o il fatto che oggi ho incrociato una ragazza che, sorridente e solitaria, faceva le bolle di sapone camminando nel sole delle 4 sotto al porticato di Via San Felice.
Sta di fatto che respirare oggi non mi sembra solo ovvio, ma un certo piacere estetico si è aggiunto al puro bisogno fisiologico.
Quindi respiro, respiro e respiro ancora.

Imprevisti

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Ammesso ed appurato che le cose non vanno mai come previsto, ciò non mi assolve dal fatto che ho letteralmente abbandonato la scrittura di questo blog.

L’esperienza che intendevo descrivere – riportando sul web dettagli, postando fotografie, etc…-  in maniera più o meno oggettiva e puntuale, si è rivelata impossibile da trattare da un punto di vista così “scientifico”.

Il fatto che mi sia lanciata in una sorta di “ricerca antropologica”, convinta di essere invulnerabile dal lato umano, è stato un grave errore di valutazione.

La realtà è pura e semplice: ad un certo punto ci si accorge che non è più possibile limitarsi ad osservare la vita come se fosse un esperimento, prendendo qualche appunto e facendo ipotesi senza mai confutarle.

Arriva un momento in cui una certa dose si empirismo è necessaria, occorre agire, fare i conti con l’esperienza.

Perdonatemi la sfilza di cliché che vi sto sciorinando, vi assicuro che banalizzare è l’ultima delle mie intenzioni.

Vi confesso che in questi sei splendidi (e altamente rivelatori) mesi ho preferito vivere – piuttosto che descrivere;

Quindi, per coloro che si aspettavano un racconto minuto per minuto stile Twitter – beh ragazzi, mi dispiace – spero che possiate trovare comunque interessante (anche se forse un po’ confuso e frammentario) tutto ciò che da ora in poi apparirà su questo blog.

Non temete, il tema Bruxelles non si esaurisce certo qui!

Tutto ciò che è accaduto ha lasciato in me una traccia, a livelli differenti di profondità, ed ora che sono tornata nella mia Bologna, vedremo cosa nascerà da questo connubio/conflitto interiore tra le due città della mia vita.