On n’est jamais…

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On n’est jamais si hereux que quand on a trouvé le moyen de se perdre.

Amélie Nothomb – Journal d’Hirondelle

Dopo due settimane insieme ad un gruppo di studenti spagnoli della buissness school in centro, sono arrivata al punto di pensare certi concetti in inglese, tanto che stavo per scrivere “I want to spend some words about…”

Anyway,  voglio dedicare qualche parola al mio passatampo preferito, la flânerie.
Vagare senza meta con fare trasognato, è un hobby quasi esclusivamente Parigino che effettivamente non sia adatta alla perfezione ad una città come Bruxelles – almeno non con la stessa facilità e naturalezza.

L’arte di perdersi necessita di stradine dal percorso labirintico, magari screziate dalla luce irregolare di un tiepido sole autunnale, che filtra tra le foglie rossastre dei castagni, oppure della penombra dei passage di fine Ottocento, dove il caos dei boulevard diventa un mormorio lontano ed ovattato, e dove, in caso di pioggia, possiamo fuggire in un altro tempo per ripararci.

Ecco, perfetto, avevo iniziato a scrivere con tutta l’intenzione di dirvi qualcosa su Bruxelles, invece, come era facile prevedere, sono caduta nell’ennesimo elogio della Ville Lumière!

Il fatto è che Bruxelles continua a sembrarmi una città estremamente complessa, e soprattutto restia a mostrare i suoi angoli più segreti a chicchessia.

Sono rari i momenti in cui si può trovare aperto uno degli infiniti spiragli che mostrano il vero volto della città, il lato nascosto, anche se posso dire con certezza quasi assoluta che ieri sera ho avuto la fortuna di trovarmi, come si suol dire, nel posto giusto al momento giusto.

Sospetto che la mia abitudine di girovagare senza meta abbia vuto un certo ruolo
nella scoperta di uno dei pochi luoghi qui in cui mi sono sentita bene accolta e, in un certo qual modo, a casa.
Non si tratta banalmente di un ristorante italiano (spero abbiate capito che i cliché mi piacciono poco) ma di un localino in piena centre ville che occupa la parte angolare a pianterreno di un palazzo di inizio secolo. Si entra da Rur du Midi, a pochi passi da Place de la Bourse e altrettanti dalla ben più nota Grand Place, ma sembra di essere lontani chilometri dal caos turistico del centro.

La frase in francese che da il nome al locale non ha nulla di convenzionale e soprattutto nessuna pretesa di internazionalità, al contrario della maggior parte dei locali di Bruxelles.
“Les gens que j’aime” scritto assemblando lettere di diversi caratteri e materiali, non poteva non attirare la mia attenzione – io che trasformerei qualsiasi ensamble di oggetti in un gigantesco collage!

La luce calda dell’interno è irresistibile per chi come me è abituata ad autunni ben
più miti, e nella strada piena di pub e discobar dalle fredde e impersonali insegne al neon, appare proprio come un isola in cui rifugiarsi, una piccola distorsione spazio temporale che invita a gettare un fugace sguardo in una realtà parallela e a prendersi una pausa dai ritmi estenuanti della propria.

L’arredamento all’interno è di un vintage autentico, accogliente e…soffice.
Accanto alla porta d’entrata un canapé e alcune vecchie poltrone, tutte spaiate, formano un angolo intimo e rilassante attorno ad un tavolino tondo.
Dietro al bancone, di legno, scuro e vissuto, c’è di tutto, dalla macchina per il caffè all’amaro più ricercato e si può ordinare a qualsiasi ora thè o cioccolata calda, i migliori rimedi contro il leggendario inverno bruxellese.
Non si tratta assolutamente di quel genere di locale in cui, dalle 10 in poi, se osi chiedere
qualcosa che figura nel menù della caffetteria o che abbia un tasso alcolico pari a 0, ti guardano come se fossi una bimba fuggita dal collegio.
Per di più i prezzi sono nella norma, ovviamente solo se non siete tipi esigenti, perchè,
in ogni caso, lo Champagne costa i suoi bei 60 euro a bottiglia. Insomma, fate voi.

L’atmosfera è accogliente e molto easy, non esiste dress code, la musica è scelta con cura tra pezzi rock, blues e jazz e crea una sorta di sottotesto alla conversazione, nella quale inevitabilmente ogni tanto qualcuno esclama “ehi, bella questa! Era un sacco che non la sentivo…”.

E’il posto ideale per perdersi, tanto più perchè senza una momentanea perdita dell’orientamento non l’avrei mai trovato!

Un po’ di felicità si trova anche lasciandosi trasportare dalle circostanze;
forse bisogna solo trovare il giusto moyen, non un modo e basta ma quello giusto, la chiave per decriptare il dedalo di strade e destini che si incrociano in questa metropoli europea.

Le cose accadono, semplicemente, ed è esattamente come dev’essere.

Esercizio per l’anima #1

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Quanto conosco me stessa?

Poco o tanto che sia non sarà mai abbastanza credo, e ne ho avuto la conferma oggi rileggendo un vecchio (ma nemmeno così tanto, alla fine) documento word senza titolo.

Il contenuto? Io.

Tutto è cominciato con un banale esercizio di scrittura creativa, che si è a poco a poco rivelato essere un prezioso e sorprendente strumento di auto-analisi: scrivi ciò che ti piace.

Sì, una lista.

Semplicemente questo.

Un consiglio? Provate, poi scordatevi di averlo fatto.

Un giorno, come è accaduto a me, vi capiterà di trovare nella vostra cartella “Documenti” un file senza nome e lo aprirete.

Ecco una prima parte di quello che io vi ho trovato, una parte di me. Le altre la seguiranno, poco per volta.

Non capita spesso di incontrare se stessi dopo tanto tempo, quindi…buona lettura, questa sono (ero?) io.

“Mi piace il rumore della pioggia quando non è troppo fine; mi piace osservare le nuvole basse muoversi impercettibilmente mentre accarezzano le cime delle colline, svelandole a poco a poco; mi piace l’odore della terra umida del sottobosco; mi piace l’odore penetrante della resina di pino dell’aula magna del Vittoria Colonna; mi piace il riflesso lucido e pieno degli oggetti nuovi di plastica; mi piace il tocco lieve e fresco della seta sulla pelle; mi piace il “pop” che fa la plastica di imballaggio quando la si preme; mi piace immergermi nella luce soffusa e antica delle cattedrali gotico-romaniche; mi piace il pulviscolo dorato sospeso in un raggio di luce, quando tutt’intorno è buio; mi piace quando le mie dita scorrono veloci e fluide sulla tastiera del PC; mi piace alzare gli occhi per caso e restare senza fiato alla vista di una falce di luna argentea…”

to be continued…