Soul November

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Due bambini si sono appena fatti strada tra la calca della domenica in Piazza Maggiore sfrecciando insieme su un monopattino. Da dove siamo posso vedere in fondo a via Ugo Bassi il tramonto tra l’intrico dei cavi del filobus, dall’altro lato le Torri, stagliate contro il cielo che sembra pigmento di lapislazzulo da una miniatura medievale. Le nuvole si muovono veloci, oggi. Come a Bruxelles. L’ho pensato ma non l’ho detto, questa volta. Sono già abbastanza ripetitiva. E mentre camminiamo sotto ai portici, circondati dal riverbero del vociare amplificato dalle volte, capita di imbattersi in qualche incrocio dove tira un’aria diversa: dalle stradine laterali soffia di colpo un vento più deciso, che sorprende piacevolmente e solletica la memoria dei sensi, pizzicando le guance esposte al suo passaggio, già un poco arrossate dalla stagione che muta.

Il corpo, almeno il mio, ricorda molte cose, e le ricorda volentieri. Oggi si faceva accompagnare dal caso nell’evocare momenti di un’altro novembre, un novembre diverso e frenetico, preoccupato ma eccitato, a tratti lacrimoso, ma pieno di bellezza. Ogni cosa mi riportava a quel novembre belga, quella breve, incisiva parentesi nel periodo sconnesso che è la mia vita. Quell’unico novembre a Bruxelles oggi era dietro ad ogni angolo, in fondo ad ogni stradina appena scostata dal corso principale; in ogni finestra illuminata mentre si faceva sera; in ogni pezzetto di cielo tra la fine di un portico e l’inizio di un altro; nella luce che cambiava lungo il profilo dei tetti bolognesi. Forse è stata l’aria, così familiare che sembrava soffiare da un ricordo, o forse no. E restano i miei capelli spettinati da quel vento, e che non oso toccare, e le labbra un poco screpolate dal primo freddo, nel torpore di questo giorno di novembre, mentre lo stormire delle foglie che riempie Piazza Minghetti e le mie orecchie scema nel rombo di un autobus che passa.

Prospettiva dall’alto

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Gli uomini, bisogna vederli dall’alto. Spegnevo la luce e mi mettevo alla finestra: essi neppure sospettavano che si potesse osservarli dal di sopra. Curavano la facciata, qualche volta la parte posteriore, ma tutti i loro effetti son calcolati per spettatori d’un metro e settanta. Chi ha mai riflettuto sulla forma di un cappello duro visto dal sesto piano? Gli uomini dimenticano di difendere spalle e crani con colori vivi e stoffe vistose, non sanno combattere questo grande nemico dell’umanità; la prospettiva dall’alto.

Erostrato

ne “Il Muro”

J.P. Sartre

Parentesi milanese

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Milano, 12 giugno 2015

Al centro di Piazza Castello, la metro Cairoli alle spalle, siedo un po’ ingobbita sotto le nuvole pesanti.

Una parentesi grigia. Le gocce che sfuggono alla fontana accanto a me rendono ancora più effimera qualsiasi considerazione atmosferica.

È un buon punto di osservazione questo, di fronte all’arcata che introduce al castello. Qualche visitatore scherza, immerge le mani nell’acqua per dare una rinfrescata non richiesta agli amici. Non fa così caldo, in realtà. A giudicare dal biondo dei capelli e dalla pelle color peperone probabilmente per loro questo clima si avvicina molto a quello dei tropici.

Pochi minuti accanto all’acqua e sto già bene. Questo anche se la scrittura è incerta, come incerto è stato il mio incedere da quando sono emersa a San Babila: un fallimentare tentativo di shopping, la ricerca di una gelateria decente culminata con la conferma che un gelato più buono di uno qualsiasi preso a Bologna, semplicemente non esista – al di sopra del Po, almeno. Sarà un effetto, nel piccolo, di anni (secoli?) di xenofobia e campanilismo nordici, non so.

Qualcosa di ufficiale – e sicuramente poco interessante – sta per svolgersi al castello: due Lancia Delta tirate a lucido si sono fatte largo tra i turisti imbambolati, infilandosi svelte e silenziose nel cortile interno. Un corteo in giacca e cravatta li seguiva, guardandosi nervosamente intorno. Un politico? Il sindaco? Qualcosa in relazione all’Expo, immagino.

Anche l’ultimo pseudo Bond sparisce sotto l’arcata,  la folla si richiude come un sipario. Sparse per la piazza campeggiano figure solitarie che si guardano attorno, l’aria di qualcuno che si sta concedendo un momento di pensiero lucido nel delirio di una giornata-tipo milanese.

Sentirsi turisti crea un certo disagio, ma al tempo stesso permette di conformarsi al più banale degli stereotipi. Perciò sì, facciamola una foto. Che verrà buia e grigia, come il riverbero del cielo denso sulla superficie dell’acqua, tremula per gli spruzzi degli zampilli.

Non capisco se siano loro a bagnarmi o la prima pioggia. In ogni caso, il temporale arriva tra poco. E io ho un treno da prendere.

Dopo la tempesta

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Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

H. Murakami – Kafka sulla spiaggia

Bagaglio per un viaggio immaginario (e immaginato)

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Fare le valigie, partire.

Se vivendo, di fatto, si viaggia attraverso il tempo più ancora che attraverso lo spazio, ogni luogo è un punto su una linea, ogni punto una tappa.

Un giro di boa.

Ci muoviamo, e con noi anche il bagaglio della nostra esistenza.

Valigie sbagliate: troppo piene, o troppo vuote. Quasi mai quella giusta, manca sempre qualcosa. Oppure c’è sempre qualcosa di troppo che non la fa chiudere bene.

E ci ritroviamo a portarci dietro scatole vuote, o a lasciarci frenare da sacchi stracolmi; a seminare, come briciole, oggetti vittime del caso lungo tutto il nostro percorso.

D’altronde anche il bagaglio più ponderato, anche quello più equilibrato e pratico non assicura la buona riuscita del viaggio.

Il bagaglio migliore può rivelarsi, alla fine, il più improbabile.